In italiano per sono molte le parole che possono essere utilizzate con differenti significati e in diversi modi. Ad esempio, una di queste è “permesso”. Essa viene utilizzata per chiedere di poter entrare in un luogo o superare la folla in centri affollati. Ma è anche il participio passato maschile di “permettere” e l’equivalente sostantivo indicante il poter fare qualcosa, ciò che è concesso in ambito legale, sociale e quotidiano.

Tutte queste differenziazioni, però, non sono esclusive della lingua italiana, ma derivano dalle radici latine a cui la nostra lingua si rifà. Ecco quindi i valori e gli usi della parola “permesso” in latino, con traduzioni annesse.

“Permesso” come formula di cortesia in latino

La formula italiana “È permesso” veniva espressa in latino con la frase “Estne permissum”, dove est era la terza persona singolare presente indicativo del verbo sum (essere) e la particella enclitica –ne veniva utilizzata per porre una domanda reale con risposta positiva o negativa; permissum, poi, è il participio neutro singolare derivante dal verbo “permettere” da permittere, verbo regolare di forma attiva il cui paradigma è permitto, permittis, permisi, permissum, permittĕre.

“Chiedere permesso” era invece espresso da “petere licentiam” con il vero peto che, insieme a quaero, in latino era utilizzato per chiedere qualcosa a qualcuno. La differenza tra i due verbi, però, era il fine del domandare: se quaero veniva usato con la reggenza e/ex + ablativo e significava “chiedere per sapere”, peto veniva usato con reggenza a/ab + ablativo e voleva dire “chiedere per ottenere”. E anche in questo caso, infatti, il fine era proprio ottenere il permesso, espresso con il sostantivo licentia all’accusativo come normale complemento oggetto.

“Permesso” come concessione in latino

Per indicare, invece, ciò che è lecito e permesso fare in latino venivano utilizzate più forme. Tale significato poteva essere, infatti, espresso dalla perifrasi composta dal participio perfetto neutro e la terza persona del verbo essere, come “permissum est” al presente indicativo.

La forma equivalente all’italiano “è lecito” era espressa dal verbo latino licet, voce impersonale (terza personale singolare) del verbo licere.

Altra forma, poi, da cui in italiano derivano “fasto/nefasto”, è fas/nefas, forma di sostantivo neutro dalla radice di “fari” (parlare). Si trattava di due parole indeclinabili che per i Romani significavano genericamente una norma di carattere religioso. L’espressione impersonale accompagnata alla terza persona del verbo, come in “fas est/fas non est” voleva, quindi, dire “è lecito/non è lecito”, dinnanzi, però, non solo alla religione, ma anche in senso più ampio alla morale e al diritto.

Infine, il sostantivo “permesso” veniva indicato in latino con più voci facenti parte delle diverse declinazioni della lingua: permissus, nome maschile della quarta; permissio, femminile della terza; concessio (in luogo di “concessione”) femminile della terza; admissio, femminile della terza; venia (in luogo di “facoltà”), femminile della prima; facultas (sempre in luogo di “facoltà”), femminile della terza.

Articoli correlati: