Il termine apologo viene usato per indicare un racconto di tipo allegorico d’intento moralistico. Il genere ha origini antiche: i primi esempi di apologhi risalgono alla letteratura greca. Il più celebre è di certo l’apologo di Menenio Agrippa, giunto a noi grazie a Tito Livio che lo ha riportato nel libro degli Ab Urbe condita libri CXLII : egli pronunciò questo discorso ai plebei in rivolta nel 494 a. C. Grazie a questo celebre discorso, i plebei fecero ritorno alle loro occupazioni e lo scontro fu scongiurato.

Il termine apologo deriva proprio dal greco “logos apo logou”, che significa appunto “discorso da discorso”: già dalla sua traduzione riusciamo a notare lo spiccato valore moraleggiante del testo, un discorso da cui siamo in grado di dedurre qualcosa. I primi esempi sono già presenti nella Bibbia, nel libro dei Giudici e nel libro del Re, testimonianza della forte spontaneità del genere. In tempi più recenti, l’apologo è stato utilizzato prettamente nel Medioevo, poiché in grado di veicolare messaggi concernenti la sfera religiosa. L’apologo, per similitudine riguardo all’intento, rimane molto simile sia alla favola che alla parabola. Tuttavia vi sono delle differenze: nella favola l’intento moralistico non è lo scopo principale (anzi, ad alcune favole venne aggiunto successivamente), mentre nella parabola il tono utilizzato è più solenne.

Nel periodo umanistico e nel Seicento questo genere venne riscoperto nuovamente, tanto da esser utilizzato da diversi letterati come Leon Battista Alberti: celebri sono i suoi Apologi Centum, inspirati dal grande Esopo a cui si rivolge nell’introduzione all’opera. Nell’Ottocento questo genere continuò ad essere utilizzato come veicolo fondamentale per la poetica di Baudelaire, ma venne utilizzato anche da scrittori come Paolo Coelho. Certamente, però, gli apologhi più importanti e maggiormente riconosciuti dalla tradizione sono quelli di Esopo, anche numerosi esempi li ritroviamo anche nella Grecia dell’VIII secolo a. C, in poeti come Archiloco o Esiodo.

L’apologo certamente più famoso è quello di Menenio Agrippa, un politico romano, che nel 494 a. C pronunciò il celebre discorso. Agrippa, infatti, viene annoverato fra i pochi politici romani che, fra le lotte fra patrizi e plebei, veniva amato da ambedue le parti: infatti fu proprio lui ad evitare il conflitto. Quando la plebe si ribellò alla leva militare e si rifugiò sul Monte Sacro, Agrippa fu inviato dal Senato per cercare di scongiurare il pericolo di una sommossa popolare. Qui spiegò l’ordinamento romano paragonandolo ad un corpo umano, sottolineando appunto che se tutti gli organi collaborano attivamente, il corpo sopravvive altrimenti è destinato al decadimento fisico. L’apologo ebbe conseguenze inaspettate, tant’è che la plebe ritornò alle proprie mansioni scongiurando una prima rottura fra i patrizi e i plebei che, successivamente, ottennero la nomina dei tribuni della plebe. Fu così che, grazie all’utilizzo di questo genere dallo spiccato intento moralistico, che vennero impartiti numerosi insegnamenti.

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