Il suo suono ci incanta e, quando ascoltiamo un pezzo, da “Clair de Lune” di Claude Debussy  a “Bohemian Rhapsody” dei Queen, l’emozione è inevitabile. Che sia puro incanto o perduto struggimento, il pianoforte ci fa battere il cuore. E tutto questo lo dobbiamo anche a Bartolomeo Cristofori.

Tutto iniziò col cembalo piano e forte

Le intuizioni di Cristofori, cembalaro, organaro e liutaio padovano nato nel 1655, sono i fondamenti alla base del pianoforte come lo conosciamo, suoniamo e ascoltiamo oggi. Le differenze, certamente, sono rilevanti: il cembalo piano e forte non ha i pedali e prevede che i martelletti vengano posti sotto delle corde, restituendo un suono ancora simile a quello di una spinetta o di un clavicembalo. Le caratteristiche fondamentali, però, ci sono. Nell’arco di un secolo, si arriverà a una struttura simile a quella a cui pensiamo oggi, e anche nella forma lo strumento si avvicinerà a quello attuale.

La scoperta di Cristofori

Cristofori possedeva un carattere sfuggente, era piuttosto schivo e non ci ha lasciato nulla, né annotazioni biografiche né composizioni. Nel 1688 è custode e accordatore di strumenti per la corte medicea a Firenze. In questa città rimase per più di 40 anni, seppure pare non si fosse mai sentito del tutto a casa. Richiamato, come molti contemporanei, dalla figura del grande mecenate Ferdinando di Toscana, proprio presso i Medici concepisce uno strumento dalle caratteristiche innovative: le corde vengono colpite da martelletti, invece che essere pizzicate come nel clavicembalo. L’idea porta con sé conseguenze non da poco a livello di suono ed espressione musicale: la stessa nota può essere emessa “piano” o “forte”. Da qui il nome dello strumento, “gravecembalo col piano, e forte“, con cui viene per la prima volta citato in un inventario degli strumenti di proprietà medicea del 1700, anno a cui risalirebbe l’invenzione secondo l’annotazione del musicista Federigo Meccoli.

Dall’invenzione alla diffusione

Nel 1711, lo storico veronese Scipione Maffei provvede a fornire una descrizione dello strumento, contribuendo alla sua diffusione. Verso il 1730, l’organaro tedesco Johann Gottfried Silbermann ne avvia la produzione, dotandolo dei pedali e portandolo all’attenzione e all’apprezzamento di Johann Sebastian Bach e di Federico II di Prussia. La prima opera scritta con intenzione specifica per questo nuovo strumento risale al 1732, a opera di Lodovico Giustini. Si tratta delle “12 sonate da cimbalo di piano e forte”, pubblicate a Madrid. Si diffuse chiaramente anche all’estero, soprattutto in Germania.

Cristofori: uno degli ultimi grandi cembalari italiani

Ci sono poche notizie di cembalari importanti in Italia dopo Cristofori, fatta eccezione per un certo Morellato, attivo a Vicenza a fine ‘700. Via via, l’Italia si ritrova sempre più ai margini del panorama musicale europeo, fino al 1797, quando anche Venezia finisce sotto il dominio dell’Austria. Lo schivo cembalaro di Padova ha cambiato la storia della musica, fornendo le basi per l’evoluzione di uno strumento dalle capacità emotive e dallo spettro esecutivo e tecnico impagabili, che si adatta a ogni opera, comprese a quelle per orchestra, e permette di modulare il suono in crescendi e diminuendi. Nell’Ottocento, il pianoforte è ormai lo strumento per eccellenza, immancabile nelle case della media e alta borghesia, e l’evoluzione tecnologica ed elettronica degli strumenti musicali non gli ha impedito di conservare un ruolo importante nella musica e nell’immaginario collettivo. È più facile oggi possedere una tastiera: è più economica, è facilmente trasportabile, occupa meno spazio, fornisce un campionario di ritmi e riproduce il suono di molti strumenti, è anche touch screen, è vero, ma il piano non sarà mai, probabilmente, del tutto sostituibile. Cristofori è forse ancora troppo poco ricordato, ma a tal proposito segnaliamo il Festival Internazionale Bartolomeo Cristofori, la cui prima edizione è del 2015.

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