Reflui civili: come la depurazione trasforma le acque di scarico domestiche in una risorsa

La depurazione dei reflui civili riguarda le acque che escono ogni giorno da abitazioni, uffici, scuole, alberghi, ristoranti e strutture turistiche. Prima di tornare in un fiume, nel mare o nel terreno, queste acque vanno liberate dalla sostanza organica, dai solidi, dai nutrienti e dai microrganismi che trasportano, attraverso una sequenza di trattamenti via via più spinti. Il livello di depurazione richiesto dipende dalle dimensioni dell’insediamento, dal corpo che riceve lo scarico e dall’eventuale destinazione dell’acqua a un nuovo utilizzo.

Il percorso non passa sempre per i grandi depuratori comunali. Una parte consistente del territorio italiano è fatta di case sparse, borghi, agriturismi e rifugi lontani dalle reti, e secondo le rilevazioni dell’Istat circa 6,6 milioni di residenti non risultano allacciati alla fognatura pubblica. Per queste utenze la depurazione avviene in impianti di piccola taglia, al servizio di un singolo edificio o di pochi nuclei, che applicano in forma compatta gli stessi principi degli impianti urbani.

Reflui domestici e assimilati: che cosa prevede la normativa

Ogni progetto di depurazione parte dalla classificazione dello scarico. Il Testo unico ambientale (D.Lgs. 152/2006) distingue le acque reflue domestiche, urbane e industriali. Le domestiche provengono da insediamenti residenziali e di servizi e derivano soprattutto dal metabolismo umano e dalle attività domestiche: contengono cellulosa, grassi, proteine, urea e zuccheri, sostanze in larga parte biodegradabili. Le urbane sono invece le acque che scorrono nelle fognature pubbliche, dove agli scarichi domestici possono aggiungersi quelli industriali e le acque meteoriche.

Accanto alle domestiche la normativa riconosce i reflui assimilati, cioè gli scarichi di attività produttive che per composizione equivalgono a quelli domestici. Rientrano in questa categoria le acque indicate dalle normative regionali e quelle di alcune attività a basso impatto ambientale, come certi allevamenti ittici a bassa densità o aziende agricole e zootecniche con effluenti poveri di azoto. L’assimilazione si verifica su parametri precisi: portata, pH, temperatura, solidi sospesi, fosforo, azoto nelle sue diverse forme, grassi, tensioattivi, BOD5 e COD. I due ultimi indicatori misurano l’ossigeno necessario a degradare, rispettivamente, la frazione biodegradabile e l’insieme della sostanza ossidabile presente nell’acqua.

Dalla classificazione discende il regime autorizzativo, che insieme al recapito finale (suolo, acque superficiali o fognatura) fissa i limiti da rispettare e quindi il livello di trattamento necessario. Per gli scarichi sul suolo e per i piccoli insediamenti le regioni stabiliscono spesso regole proprie, che il progetto deve considerare fin dall’inizio.

Trattamenti primari: separare ciò che sedimenta

Una volta definiti i limiti, il trattamento comincia dalla rimozione dei solidi. I trattamenti preliminari e primari sfruttano la gravità: le particelle più pesanti dell’acqua si depositano sul fondo, quelle più leggere, come grassi e schiume, salgono in superficie, e l’acqua in uscita risulta già alleggerita di una parte importante del carico inquinante.

La fossa Imhoff, prodotta in Italia da realtà specializzate in impianti per il trattamento delle acque reflue come GAZEBO S.p.A. (sito web: www.gazebo.it), è il dispositivo di riferimento per questa funzione nei piccoli e medi impianti, dagli insediamenti residenziali e produttivi alle strutture turistiche e agli edifici pubblici. Al suo interno, due comparti sovrapposti lavorano insieme: in quello superiore il liquame scorre lentamente e lascia cadere i solidi, che attraverso un’apertura sul fondo scivolano nel comparto inferiore, dove vengono degradati in assenza di ossigeno, con un processo chiamato digestione anaerobica, e ridotti di volume. La separazione tra le due camere impedisce ai gas e ai fanghi in fermentazione di risalire e disturbare la sedimentazione. Le fosse settiche bicamerali e tricamerali seguono un principio analogo, con camere in cui liquame e fango condividono gli stessi volumi. Nelle cucine di ristoranti, mense e alberghi entrano in gioco i degrassatori, che trattengono per flottazione oli e grassi animali e vegetali prima che raggiungano le condotte e i trattamenti successivi.

Il peso di questa fase nel sistema italiano emerge dall’ultimo censimento Istat degli impianti di depurazione delle acque reflue urbane, riferito al 2020: su 18.042 impianti in esercizio, il 56,3% effettuava trattamenti di tipo primario o in vasca Imhoff. Fosse Imhoff, fosse settiche e degrassatori sono realizzati anche come manufatti prefabbricati in calcestruzzo armato, che arrivano in cantiere pronti per la posa e assicurano la tenuta idraulica necessaria a evitare dispersioni nel terreno.

Trattamento secondario: il lavoro affidato ai microrganismi

L’acqua che lascia la fase primaria contiene ancora buona parte della sostanza organica in forma disciolta, che la sola sedimentazione non riesce a trattenere. Il trattamento secondario la affida a colonie di microrganismi che se ne nutrono e la trasformano in anidride carbonica, acqua e nuova biomassa. Le tecnologie disponibili si distinguono per il modo in cui i batteri vivono nell’impianto: attaccati a un supporto, nei sistemi a biomassa adesa, oppure dispersi nell’acqua sotto forma di fiocchi, nei sistemi a biomassa sospesa.

Tra i sistemi a biomassa adesa, i filtri percolatori ricevono l’acqua chiarificata in uscita dalla fossa Imhoff e la fanno passare attraverso corpi di riempimento in plastica, sui quali i microrganismi formano una pellicola biologica. Nella versione aerobica l’aria circola tra i riempimenti e sostiene batteri che consumano ossigeno, mentre nella versione anaerobica il filtro lavora sommerso e abbatte una quota del carico in assenza di ossigeno. Per le utenze isolate sono disponibili impianti monoblocco che riuniscono fossa Imhoff e filtro percolatore in un unico manufatto. I biodischi, detti anche rotori biologici, applicano la stessa logica a dischi in lenta rotazione, parzialmente immersi nel liquame: la pellicola batterica si alterna tra la fase in acqua, in cui assorbe il nutrimento, e quella in aria, in cui riceve ossigeno.

Sul versante della biomassa sospesa si collocano i fanghi attivi, basati sull’insufflazione d’aria in vasca e sul ricircolo dei fiocchi batterici, insieme alle loro evoluzioni. I reattori SBR svolgono ossidazione e sedimentazione nella stessa vasca con cicli successivi, mentre negli impianti MBBR la biomassa cresce su piccoli supporti mobili e sostiene carichi più elevati a parità di volume. La scelta dipende dal numero di abitanti equivalenti da servire, l’unità che esprime il carico organico di uno scarico in rapporto a quello prodotto da una persona, dalla variabilità stagionale delle presenze, frequente nelle strutture turistiche, e dai limiti imposti dal recapito.

Affinamento, fanghi e riuso: le ultime tappe dell’acqua

Quando il corpo ricettore è sensibile o l’acqua è destinata a un nuovo utilizzo, al trattamento secondario si aggiungono stadi terziari e di affinamento. La rimozione di azoto e fosforo limita l’eutrofizzazione, cioè la crescita eccessiva di alghe che sottrae ossigeno a laghi, fiumi e acque costiere. Filtri a sabbia quarzifera e a carboni attivi trattengono i solidi sospesi residui e alcune sostanze disciolte, mentre la disinfezione con ipoclorito di sodio, acido peracetico o raggi ultravioletti abbatte la carica batterica. Nei bioreattori a membrana, indicati con la sigla MBR, l’ultrafiltrazione prende il posto della sedimentazione finale e trattiene anche i batteri, con un effluente adatto al riuso senza un ulteriore passaggio di disinfezione.

Ogni trattamento produce fanghi, che vengono ridotti in umidità e resi meno putrescibili prima dell’avvio a recupero o smaltimento. Secondo un’elaborazione di TEHA Group su dati ARERA ed ENEA, nel 2023 la quota di fanghi di depurazione recuperati ha superato per la prima volta quella dei fanghi smaltiti, e nel 2024 ne sono stati recuperati 1,6 milioni di tonnellate, destinati in larga parte alla produzione di compost e all’uso in agricoltura.

L’ultima tappa è il riuso. Il Regolamento UE 2020/741, applicabile dal 26 giugno 2023, fissa requisiti minimi comuni per l’impiego irriguo delle acque reflue urbane affinate. Il 5 novembre 2025 il Consiglio dei ministri ha approvato in via preliminare il regolamento nazionale di attuazione, che estende la disciplina agli usi civili, ambientali e industriali e introduce l’obbligo di un piano di gestione dei rischi, con ruoli e responsabilità definiti per gestori e utilizzatori finali. Secondo uno studio di Utilitalia presentato nel luglio 2025, in Italia si producono poco più di 200 milioni di metri cubi di acqua affinata all’anno, di cui circa il 49% viene effettivamente riutilizzato. Per ampliare questa quota il Ministero dell’Ambiente ha ripartito tra le Regioni un fondo di 60 milioni di euro per il triennio 2025-2027, destinato a interventi di depurazione e riuso delle acque affinate.

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